Monastero di San Giuseppe — Sorelle povere di Santa Chiara

Scuola di preghiera

Scuola di preghiera di padre Andrea Gasparino – Lezione n. 92

· Suor Chiara
Trascrizione automatica

Trascrizione automatica del video, inserita qui allo scopo di rendere più agevole la fruizione e meditazione dei passaggi più essenziali. Per il testo esatto ascoltare il video, essendo che questa trascrizione, ottenuta automaticamente dai sottotitoli di YouTube, può essere affetta da qualche inesattezza qua e là. Questa Scuola di Preghiera é disponibile da tempo su Youtube e viene riportata qui per riproporla e condividerla a chi non la conosce.

Qui Radio Maria trasmettiamo una
catechesi di padre Andrea Gasparino.
No. Prima di cominciare chiedo a qualche
ammalato di unirsi a noi, di pregare per
la nostra
trasmissione. A me sembra che se tanti
malati collaborano con la trasmissione,
noi faremo un bene immenso. Toccheremo
tanti cuori, la volontà di tanti
cristiani, metteremo in moto tante forze
nuove. Ma vorrei anche dire a chi è
malato di non soffrire mai in
solitudine. Soffri con Gesù che si
immola.
In qualunque momento del giorno della
notte tu lo puoi. Tu puoi unirti ad una
messa che si sta celebrando, a Cristo
che si immola. Immolati con lui. Non
sprecare la tua sofferenza. Tu sei così
prezioso per la Chiesa, per il mondo.
Guai se lasci cadere la tua sofferenza
soffrendo in solitudine. Uniscila a
Gesù.
Continuiamo sempre lo studio di ciò che
insegna la Chiesa ufficialmente sulla
messa, i documenti cioè del Concilio
Vaticano Io al riguardo della messa. Nel
corso che stiamo facendo più volte vi ho
detto che sono due le comunioni che
dobbiamo fare alla messa. Primo, la
comunione con la parola. Secondo, la
comunione con l'Eucaristia. Qualcuno non
lo sa ancora.
È tutto pieno di gente che crede di fare
una comunione sola e c'è tanta gente che
va alla messa e non ne fa nessuna
comunione. Ora la comunione con la
parola è per tutti, mentre la comunione
eucaristica quando non abbiamo le
disposizioni dettate dalla Chiesa, non
possiamo riceverla. Facciamo almeno però
bene la comunione con la parola di Dio e
la comunione con la parola è sempre in
preparazione all'altra comunione, quindi
non andate con l'intento di ricevere
solo l'eucarestia, dovete ricevere prima
l'altra comunione per poter ricevere
bene l'eucarestia. Ecco, allora penso
sia buono affrontare oggi un testo del
Concilio proprio su questo tema tolto
dalla Costituzione sulla liturgia al
numero 56. Ecco come parla Chiesa. La
liturgia della parola e la liturgia
eucaristica sono congiunte tra loro così
strettamente da formare un solo atto di
culto. Vorrei tentare di capire bene
cosa dice la Chiesa con queste parole e
perché le dici e come le debo accogliere
queste parole e poi vivere. La Chiesa,
in parole semplici, mi dice che la messa
è un ponte tra l'uomo e Dio, un
grandioso ponte fatto da due
arcate. Le due arcate si chiamano
liturgia della parola e liturgia
eucaristica, cioè io direi ascolto di
Dio e risposta a Dio. Sono due le
arcate, ma il ponte è uno solo. Se voi
separate le arcate, non avete più il
ponte.
Le arcate devono stare insieme perché
sono fatte per stare insieme. Sono
funzionali solo se stanno insieme. La
Chiesa, in parole semplici, mi dice che
il sacrificio eucaristico è una casa
fatta come tutte le case, fatte cioè di
basamenti e di muri. Una casa non sta in
piedi senza basamento e il basamento non
è ancora una casa se è solo un
basamento. L'eucaristia è fatta di
quelle due cose lì: basamento e mori
sono le due parti essenziali della
messa. Liturgia della parola, basamento
e liturgia eucaristica, muri e tetto.
Devo capire e devo vivere queste due
parti della messa senza separarle. Se ne
capisco e ne vivo una sola ignorando
l'altra. Non sono alla messa. Non ho la
messa come la concepisce la Chiesa, come
l'ha data Gesù. Non faccio difficoltà ad
accettare che la liturgia eucaristica è
culto, ma perché la Chiesa mi va dicendo
che il culto eucaristico sarebbe monco
senza la liturgia della parola? Perché
mi insegna che il culto eucaristico
comincia dalla liturgia della parola?
Perché ascoltare la parola è già entrare
nel culto eucaristico. La chiesa non
esagera e la natura proprio delle due
cose che postula la Chiesa di parlare
così perché perché prima c'è l'ascolto e
poi c'è la risposta.
Perché se l'ascolto è profondo, attento,
generoso, l'ascolto diventa amore,
quindi è già preghiera, quindi è già
vero culto a Dio. Quando sono già
attento a Dio, ma veramente è nel
profondo del mio essere, io sono già
entrato in pieno nella sfera dell'amore
a Dio, cioè
nell'adorazione, cioè nell'atto solenne
del culto a Dio. Poi c'è un'altra
ragione, mi pare nella mente di tutta la
tradizione della Chiesa, il sacrificio
eucaristico è sempre stato concepito
come un grandioso scambio tra Dio e
l'uomo, quasi una gara di generosità tra
Dio e l'uomo. Dio mi dà la sua parola e
io gli do la mia
adesione. La esprimo soprattutto
attraverso il credo e poi l'offertorio.
Il credo e direi l'adesione a lui.
l'offertorio e direi l'adesione ai
fratelli per amore a lui. L'offertorio,
infatti, è nato in un contesto di
carità, nel ricordo dei poveri. È qui
che si raccoglievano i doni per i
poveri. Tra questi doni i diaconi
sceglievano il pane e il vino per la
consacrazione. Poi Dio mi dà il corpo e
il sangue del suo figlio e io rispondo
col mio impegno di adesione radicale a
lui.
Questo è il significato di ricevere la
comunione e anche l'adesione radicale ai
fratelli. È questo il vivere la
comunione. La messa, insomma, è una gara
di affetto con Dio. E l'amore che si dà
e l'amore che risponde, l'amore che si
scambia, che si scambia i doni. L'amore
che risponde
all'amore. Come bisognerebbe fare per
vivere bene questa realtà della messa?
soprattutto come fare perché la liturgia
della parola sia veramente amore, sia
veramente atto di culto?
Cioè, mi sono
chiesto cosa faresti se tra capo e collo
ti succedesse di avere domani mattina
un'udienza dal Papa.
Io comincerei prima di tutto a essere
emozionato, poi probabilmente stanotte
non dormirei. Poi, vi confesso, vorrei
fare un'altra cosa. Mi piacerebbe farla
franca alle guardie svizzere e portarmi
dietro un registratore, perché le cose
che mi dice le vorrei risentire con
calma dopo, quando le emozioni sono
passate, per pesarle, per assimilarle.
Ecco allora perché la liturgia della
parola sia verementato di culto, degno
di stare al livello dell'eucaristia deve
essere un ascolto attento prima di
tutto. Poi perché sia attento deve
essere, mi pare, un ascolto
desiderato. Poi terzo, deve essere un
ascolto vero. Non sono lì davanti alla
sua parola per fare accademie, per
evadere, per discutere, ma per prendere.
Davanti ad una persona che si ama
profondamente cadono tutte le nostre
superficialità, cade l'orgoglio, cadono
le discussioni, le storie, si ascolta e
basta, si prende e basta e si fa ben
attenzione che nulla di quello che dici
quella persona vada
perduto. In pratica direi che l'ascolto
della parola, se è amore, se è culto,
dovrebbe rispondere a queste
caratteristiche: essere un ascolto
attentissimo, essere un ascolto amoroso,
essere un ascolto generoso, essere un
ascolto che va al concreto in me, essere
un ascolto
umile. Un'ultima osservazione è questa.
L'ascolto della parola dovrebbe avere un
seguito in me. lasciare una traccia. Se
sfuma in me appena esco di chiesa, di
sicuro non è stato un ascolto
autentico. Per spiegarmi, se avete dato
un esame, voi dopo l'esame ruminate
continuamente quella frase, quel
concetto in cui siete stati brillanti,
oppure quel granchio che avete preso,
quella papera che avete fatto, non
riuscite per molto tempo a toglierle di
mente. Così se avete avuto una
discussione accalorata, quando tutto è
finito, riandate continuamente a certe
battute che avete fatto o che vi sono
state fatte. Se dopo la liturgia della
parola non rimane nulla in voi, siate
onesti. Dovete confessare a voi stessi
che probabilmente dentro la parola di
Dio non siete entrati, l'avete solo
sfiorata la parola. La liturgia della
parola forse non è stata per voi un vero
atto di culto, come intende la Chiesa.
Eravate presenti, ma siete stati
assenti. Avete sentito con le orecchie,
ma non avete seguito col cuore. Voi non
avete amato. Non c'è stato il culo. Non
c'è stato l'atto di culto, ma c'è
un'altra affermazione della Chiesa che è
molto più impressionante, mi pare, a
riguardo dell'importanza della parola di
Dio. È una delle affermazioni più
impressionanti del concilio sulla parola
di Dio, secondo me. Si trova nel decreto
dei verbum al numero 21. Sentite come si
esprime la Chiesa. La Chiesa ha sempre
venerato le divine scritture come ha
fatto per il corpo stesso di Cristo. La
Chiesa sa che ha da misurarsi con la
nostra superficialità quando ci
ammaestra. La Chiesa sa che nelle cose
dello spirito siamo distratti e assenti
e allora ha maturato tutta una sua
pedagogia per richiamarci la realtà
della parola di Dio. La Chiesa anzitutto
ci richiama col suo esempio, ha tutto un
suo contegno esteriore molto singolare
quando accosta la parola di Dio. Nella
liturgia il ministro non legge la parola
da seduto come noi si legge il giornale.
Vuole che il ministro lettore si alzi in
piedi. Non vuole che la parola sia letta
bisbigliando, ma che sia proclamata con
solennità, come un messaggio, come
anticamente faceva l'araldo. L'araldo
avanzava davanti a tutto il popolo,
scortato da molto apparato, squillavano
le trombe, poi dall'alto del suo cavallo
gli leggeva il proclama del suo
Signore. Al momento più solenne della
parola, al Vangelo, quando Cristo stesso
parla, la Chiesa comanda a tutto il
popolo di Dio di ascoltare in piedi.
Nelle messe solenni il libro santo viene
portato davanti al popolo con molta
solennità.
Il diacono lo porta ben sollevato in
alto, come se portasse un tesoro. Lo
accompagnano gli altri ministri
dell'altari con ceri e incenso. Durante
l'incedere solenne della scrittura, il
coro deve eseguire il canto gioioso
dell'Alleluia.
Poi, eseguita la lettura, il ministro
deve chinarsi e baciare il libro e farlo
baciare dal ministro principale. Perché
tutto questo rituale esteriore intorno
alla parola di
Dio? È la pedagogia della Chiesa che
l'ha pensato e l'ha pensato tutto questo
apparato a motivo proprio del nostro
infantilismo, della nostra
superficialità. Siamo tanto bambini e
siamo tanto distratti. un po' di
apparato esteriore ci è utile almeno
capire che siamo davanti a delle cose
importanti. Dio ci sta parlando. Non
posso sottovalutare l'importanza della
parola che Dio mi porge. Non è un
profforma tutto questo apparato della
Chiesa. È tutta una pedagogia che io
devo sforzarmi di cogliere. La Chiesa
vuole, in sostanza che io faccia nascere
in me un atteggiamento di fondo che mi
aiuti a cogliere il dono di Dio, la sua
parola. Naturalmente l'atteggiamento
esteriore conta poco senza quello
interiore, ma la Chiesa mi insegna non
trascurare in me l'atteggiamento
esteriore, perché è il primo passo verso
quello
interiore. Il mallo non è la noce, ma
senza mallo la noce non può esistere.
L'esteriore non è l'interiore, ma senza
esteriore rischio di perdere
l'interiorità
dell'atto. Non posso ascoltare la parola
di Dio come ascolterei il giornale
radio, come aprirei una rivista a un
tavolino del bar, come leggerei un
fotoromanzo. No, è un altro mondo quello
della parola di Dio. Io devo prepararmi
esternamente per maturare a una
determinato atteggiamento interiore.
Devo cioè sviluppare in me il senso del
sacro quando giunge il momento della
parola di Dio. Il senso del sacro è
sovente quello che difetta alle nostre
messe quando c'è l'annuncio della
parola. Per fedeltà alla Chiesa io devo
far nascere in me tutta una problematica
nuova nel rispetto della parola,
nell'accostarmi alla parola, nel
riceverla, nell'accoglierla in me, nel
coltivarla quando l'ho accolta.
Anzitutto il senso del sacro mi obbliga
a non profanarne un briciolo di parola
di Dio. Ricevendo l'eucarestia non
lascerei cadere i frammenti eucaristici
senza cura, calpestandoli. Nulla deve
andare perduto della parola di Dio. Cioè
devo acquire in me in modo talmente
forte il senso del sacro da verietarmi
ogni distrazione, ogni leggerezza. Tutto
ciò che posso capire devo afferrarlo.
Niente deve andar perduto. Una
profanazione grave, mi sembra, è la
impreparazione e l'ignoranza. Se la
parola di Dio non mi sfiora
neppure, sotto c'è una comprobabilità,
un problema grave di
ignoranza. Mi deve far paura
l'ignoranza. L'ignoranza è il nemico più
micidiale della fede. La Chiesa ha più
paura dell'ignoranza che della
persecuzione, perché fa più stragi nelle
menti l'ignoranza che non la
persecuzione. Ormai esistono tanti
sussidi per capire la parola di Dio, per
prepararsi alla parola di Dio. Che cosa
vi costerebbe la domenica andare a messa
conoscendo già la parola che vi sarà
letta?
È come offrire al giardiniere un pezzo
di terra già ben lavorato con la terra
zappata, sarchiata, concimata. Date a un
giardiniere un bel pezzo già pronto con
una terra buona, nera, piena di humus.
Poi vedete che miracolo succede in
quelle mani esperte di quel pezzo di
giardino già preparato. Oggi un Vangelo
costa nulla, costa meno di un pacchetto
di sigarette. Il libretto che vi riporta
la parola di Dio per un mese intero
costa meno di un giornale. Non abbiamo
scuse se vogliamo andare a messa ben
preparati all'ascolto della parola. Poi
ci vuole il senso del sacro
nell'applicare la parola. Ogni volta che
vado alla liturgia dovrei chiedermi che
cosa avrà da dirmi oggi il Signore. Da
dire a me, proprio a me, non a mia
madre, non a mia sorella, non al prete,
a me, proprio a me. Perché è quasi come
entrare in una grossa farmacia con tutti
gli scaffali pieni, con un labirinto di
medicamenti. Nello scaffale c'è la
bottiglietta che fa per me, per la mia
bronchite. Ma se io lo ignoro, se della
mia bronchite non me ne fa niente, se io
invece di comprare lo sciroppo per la
mia bronchite e penso solo ad acquistare
il cerotto per il dito di mia madre o di
mia sorella, allora non c'è alternativa.
La mia bronchite me la devo tenere. Io
la liturgia devo chiedere al medico
divino quale medicina ha preparato per
me. Lui ce l'ha pronta, aspetta solo che
io la chieda. Ma se io sono entrato da
lui solo per curiosare tra gli scaffali,
si capisce che non mi dà nulla e quel
che peggio i miei mali me li debo
tenere. Perché quello è il suo stile.
Lui non guarisce contro la mia volontà,
non guarisce che non vuol guarire. Poi
c'è il dopo, il dopo ascolto. Dopo
l'ascolto della parola ci sono altri
problemi importantissimi. Se mi sono
comperato in farmacia il ricostituente
lo devo prendere. Finché lo tengo nella
tasca del cappotto non ci siamo. Lo devo
prendere e devo anche rispettare le dosi
secondo le istruzioni
allegate. La medicina per far bene va
presa a dosi giuste e rispettando le
prescrizioni. Voglio dire, quando nella
liturgia ho trovato la parola che Dio ha
preparato per me, la devo tenere
preziosa, la devo tirar fuori, la devo
scavare, la devo lavorare, devo, cioè
iniziare tutto un processo di
assimilazione. Mi aiuterebbe molto anche
una cosa, cambiarla in preghiera,
polarizzare l'attenzione sulla frase che
fa per me, poi portarla a casa come un
piccolo tesoro da studiare, da
approfondire, da amare, da pregare. Una
parola di Dio che mi penetra nel sangue
può far cambiare la rotta alla mia vita.
Prima di cominciare vorrei chiedere se
tra i radioascoltatori c'è qualche
catechista, qualche mamma. Vorrei
chiedere, fate pregare i bambini perché
nella vostra parrocchia sia
rivoluzionata la messa, cioè sia capita,
sia partecipata, sia vissuta. Chiedete
questa grazia per i vostri preti e per i
parrocchiani. Voi fate la cosa più
importante per la vostra vita
parrocchiale. Nella messa c'è lo
spettatore e c'è l'attore. Lo spettatore
è colui che paga un biglietto, ma non
soffre un
dramma. La Chiesa alla messa non vuole
degli spettatori, vuole degli attori.
Sentite come parla il Concilio Vaticano
I, decreto sulla Sacra Liturgia al
numero 48. La Chiesa si preoccupa
vivamente che i fedeli non assistano
come estranei o muti spettatori a questo
mistero di fede, offrendo l'ostia
immacolata non soltanto per le mani del
sacerdote, ma insieme con lui i fedeli
imparino ad offrire se stessi e di
giorno in giorno, per mezzo di Cristo
mediatore siano perfezionati nell'unità
con Dio e tra di loro.
di modo che Dio sia finalmente tutto in
tutti.
Dunque, la Chiesa non ci sopporta messa
come muti spettatori per il semplice
motivo che l'eucaristia non è uno
spettacolo da vedere, è un dramma da
vivere. Nella messa noi siamo i
personaggi in
azione, protagonisti con Cristo, tutti,
dal prete all'ultimo fedele. Il prete
alla sua parte, ma non la parte
primaria. È Cristo che fa la parte
primaria. Il prete gli impresta i
movimenti, la parola, si china sul pane
come ha fatto lui nella cena. gli
impresta i gesti, la voce per ripetere
tutto quello che lui ha fatto, tutte le
parole che ha detto. La Chiesa, dice il
concilio, si preoccupa che il fedele
avverta tutto questo, che sia
corresponsabile col prete di quello che
avviene sull'altare, perché si
preoccupa, ma perché se la messa è solo
spettacolo, se il fedele è solo
spettatore e non attore, è quasi inutile
che ci sia la messa. Cristo non ci ha
dato la messa per dare
spettacolo, ce l'ha data per muovere la
nostra vita verso di lui. Dunque, non
confinate il sacerdote dietro l'altare
come un personaggio che agisce per conto
suo. No, il prete non offre per conto
suo e nemmeno per sola delegazione
nostra. il prete all'altare per offrire
con voi e voi siete di là dell'altare
non per delegare lui, ma per offrirvi
con lui. Voi siete parte viva del
sacrificio eucaristico. La Chiesa vuole
che a messa il cristiano impari a offrir
se stesso. Ma non basta. Il cristiano ha
molto da fare nella messa. Anzitutto il
cristiano ha da capire che non basta la
presenza fisica per l'eucaristia.
Alla Chiesa non interessa, troppo poco.
Ci vuole una presenza motivata,
convinta. Non posso essere ammessa per
sentimentalismo religioso, per
tradizione, per curiosità, per comodo o
attratto da motivi insufficienti. Il
cristiano deve rendersi conto che a
messa è per offrirsi a
Dio. Offrirsi a Dio è tremendo. Sono
dunque a messa per dare più che per
prendere. La messa non è un self service
dove prendo quello che mi aggrada, no,
sono qui per dare. Offrirsi a Dio mi
sottolinea la dimensione dinamica della
messa. Offrirsi a Dio vorrà dunque dire
ascoltarlo. Devo afferrare il messaggio
di Dio su di me. Devo almeno mettermi
davanti a questo problema. Signore,
coshai da dirmi? E coglierne la
risposta. Devo dar tempo a lui di
parlare e a me di recepire.
Se non ho fatto questo, la messa che
valore ha pratico per me? Che cosa ho
offerto se neppure ho saputo che cosa
lui voleva da me? Offrirsi a Dio
significherà essere come lui mi vuole o
almeno voler essere o almeno desiderare
di essere come lui mi vuole.
offrirse a Dio, forse è spiegato dal
testo conciliare là dove dice e di
giorno in giorno i cristiani siano
perfezionati nell'unità con Dio e coi
fratelli. È bello questo crescere
nell'unità. è questo offrirsi a Dio,
forse crescere nell'unità con Dio prima
di tutto perché sono sempre sganciato da
lui. Devo imparare a vivergli vicino,
devo maturare alla preghiera, allo stare
con lui. Lui mi è vicino 24 ore su 24.
Io quanto tempo gli sono vicino in una
giornata? poi crescere nell'unità coi
fratelli, perché il mio egoismo mi pone
sempre in grottura coi fratelli. Lo
provo nell'intimo della famiglia a casa,
lo provo fuori casa, a scuola, sul
lavoro, allo stadio, nel bar, al cinema.
Sono sempre in rottura con qualcuno. La
messa mi è data per imparare a vivere
con gli altri, ad ascoltare, ad aprirmi,
a comprendere, a condividere. La messa
mi è data perché io entri negli
interessi degli altri, in quelli dei
poveri, perché apre gli occhi sui
problemi dei poveri, sui problemi di
tutti. Mi è data per maturare alla
bontà. Perché il concilio dice che devo
imparare a offrirmi, ma perché è
estremamente arduo, è difficile
l'offrirsi a Dio. Si tratta di
sbaragliare l'egoismo umano. Non basta
la dinamite a far saltare tutta una
montagna. Ce ne vogliono di cariche di
dinamite, perciò ci vuole un lavoro
paziente e graduale. Bisogna
imparare. La Chiesa non fa poesie, è
questa la ragione per cui tutte le
settimane ho bisogno della messa. Ne
avrei bisogno tutti i giorni perché
tutti i giorni sono da capo col mio
egoismo. Il lavoro non finisce
mai. Siamo dei moratori intorno ad una
casa, un mattone dopo l'altro e se sono
costante la casa viene su. Se butto là
la cazzuola e i mattoni e mi siedo sulle
impalcature con le braccia incrociate,
il lavoro si ferma.
Costruiamo a mattoni con infinita
pazienza, non costruiamo a pezzi
prefabbricati con velocità lampo. Siamo
degli scalatori che han dato l'assalto
alla grande parete, un movimento dopo
l'altro, un palmo di parete dopo l'altro
e lo scalatore sale, sale finché sembra
solo più un ragno attaccato al filo
della sua corda. È rischioso,
soprattutto un lavoro di grande
resistenza e tenacia. E l'alpinista
sale. Siamo scalatori che conquistano
palmo per palmo la montagna dell'egoismo
umano. Non siamo dei sorvolatori con
l'elicottero. Forgiamo l'uomo nuovo alla
messa. Per questo abbiamo tanto bisogno
della messa. Ogni messa un mattone e il
muro va su. Ogni messa un passo avanti,
la scalata avanza. sbaragliare l'egoismo
umano un'impresa più ardua che
conquistare
l'Everest. Quando arriveremo alla punta
credo che non dobbiamo neppure
chiedercelo, perché la meta precisa a
cui puntiamo di arrivare così ardua e
così alta che ci potrebbe scoraggiare.
Il concilio fissa la meta in cinque
parole che sono
scioccanti: che Dio sia tutto in tutti.
Ecco, siamo veramente davanti
all'Himalaya, ma Cristo sale con noi. È
lui il capo della cordata, è lui che ci
tiene, lui che ci rafforza, lui che ci
guida. È per questo che ogni messa deve
terminare con la mia fusione in lui, con
la comunione eucaristica. Imparare ad
offrirci. Se noi afferrassimo fino in
fondo questo principio di vita che la
Chiesa ci suggerisce per entrare davvero
nella messa, tutto cambierebbe in noi.
Noi cominceremmo a capire la potenza di
rompente che può sprigionare
dall'Eucaristia. Non vi siete mai
chiesti, ma quante messe ho già
partecipato? 1000, 10.000, ma che cosa
hanno operato in me? Se ci pensate bene,
c'è da prendere la febbre, ma capite?
Chi una volta sola nella vita si
imbatteva in Cristo gli parlava:
"Credete che abbia ancora potuto vivere
come
prima?". Una cosa è certa, finché
l'eucarestia per me è come bere un
bicchiere d'acqua, è naturale che i
miracoli non verranno mai dentro di me,
perché l'incontro tra me e Cristo, vero,
profondo, non c'è. E allora diventa
estremamente importante che io ponga una
viva attenzione al consiglio che mi dà
la Chiesa, perché la messa sia per me un
atto vitale. Il consiglio è imparare ad
offrirmi. Più scendiamo al pratico, più
ne ferriamo alla portata.
Nella messa devo ferirmi, dice bene la
Chiesa, devo imparare perché non è una
cosa semplice. Arriverò mai a farlo
bene, a farlo fino in fondo, a farlo con
assoluta autenticità e dovrò riprendere
sempre in esame quello che ho fatto,
perché ho mania congenita di dare a Dio
con una mano e di riprendere subito con
l'altra.
È un'arte difficile offrirsi a Dio, ma
devo battere la pista se voglio arrivare
in porto e farmi coerente con la fede.
Primo, offrirò il mio
fisico. Credete sia poco e credete sia
possibile, sì, Cristo ha bisogno del mio
fisico. Io voglio agire, muovere,
operare per te, o Cristo. L'operaio
dirà: "Voglio darti il mio fisico perché
tu entri nella mia fabbrica".
Quanto c'è bisogno di te nel mio
reparto? Lo studente dirà: "Cristo, io
ti porterò con la mia vita nel mondo
dell'università, dove è tutto pieno di
gente che ha bisogno di te, dai ragazzi
ai
docenti. C'è tanto orgoglio nel mio
mondo, c'è tanto bisogno di Vangelo.
Offrire il nostro fisico a Cristo è
grandioso. Cristo, ti do i miei occhi.
Sì, i miei occhi. Voglio c'è oggi vedere
le cose attraverso di te, vedere gli
avvenimenti nella tua luce,
considerarli dalla tua angolatura, non
dalla mia. Ti offro i miei occhi perché
li voglio aprire bene su di me, sulla
mia realtà, sulla mia miseria, sul mio
egoismo. Voglio aprirli sugli altri,
vedere i bisogni dei
fratelli, vedere cosa vogliono mia
madre, mio padre, mia sorella. Voglio
aprire gli occhi, non chiuderli, sui
poveri, su quello che mi tocca fare per
loro, sui poveri vicini e sui poveri
lontani. Quanto c'è da offrire offrendo
il fisico, per esempio, provate a
offrire la lingua. Quanto c'è da fare se
ogni mattina offrite la lingua? Dopo il
fisico offrite
l'intelligenza, il mondo del vostro
pensiero che dona uno spettacolare da
fare a Dio. Signore, che il mio pensiero
sia tuo, un giardino privilegiato per
te, dove tu puoi lavorare, seminare e
raccogliere. Sia un terreno libero da
sterpi e da pietre di inciampo. Sia un
terreno fecondo, non una palude.
Signore, dammi buona volontà a coltivare
bene la mia intelligenza.
Poi offrire il cuore, offrire la
volontà. Quanto c'è da fare se imparate
ad offrirvi nella
messa. Ora volete accettare una sfida?
Questa. Provatevi ad dubbidire a questo
sapiente consiglio della Chiesa quando
andate a messa. Provate a farlo però sul
serio. Imparare a offrire voi stessi. Se
lo fate realmente, voi vedete
immediatamente un cambiamento che si
opera in voi nel
profondo. Qui Radio Maria abbiamo
trasmesso una catechesi di padre Andrea
Gasparino. No.