Monastero di San Giuseppe — Sorelle povere di Santa Chiara

Scuola di preghiera

Scuola di preghiera di padre Andrea Gasparino – Lezione n. 93

· Suor Chiara
Trascrizione automatica

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Qui Radio Maria trasmettiamo una
catechesi di padre Andrea Gasparino.
No. Prima di cominciare mi rivolgo alle
mamme. Per favore fate pregare i vostri
bambini perché i vostri sacerdoti,
perché tutti i sacerdoti non profanino
il dono più grande che Dio ha fatto
loro. celebrando con trascorabezza la
messa. È una cosa triste, ma in qualche
parrocchia, qualche prete ha bisogno di
questa preghiera. Fate pregare i bambini
per questo e pregate voi. L'eucarestia
significa ringraziamento. Devo aprirmi
al grazie di Cristo, entrare nel suo
grazie, dare il mio apporto al suo
grazie. Ecco cosa voglio dirvi oggi.
Siamo alla Costituzione sulla sacra
liturgia. Al numero 48 la Chiesa si
esprime così. La Chiesa si preoccupa
vivamente che i fedeli non assistano
come estranei a questo mistero di fede,
ma mediante una comprensione piena
rendano grazie a Dio. La messa deve
addestrarmi al
ringraziamento. I primi cristiani
l'hanno chiamata eucaristia.
ringraziamento perché hanno intuito
questo rito come il grazie di Cristo al
Padre, un grazie grondante sangue, un
grazie potentissimo, il più grande
grazie della storia.
La messa è il più grande grazia
dell'uomo perché non è il grazia
dell'uomo, è il grazie del figlio di Dio
per l'uomo. Non è un grazia parole, è il
grazie che è costato una vita. Chi ha
chiuso una vita tutta spesa per Dio e
per l'uomo è il più grande grazie della
storia
dell'uomo. Abbiamo perduto il mordente
di questo grazie.
Vado a messa, dicono i cristiani, e per
loro significa così poco. Significa vado
dove tutti vanno, dove c'è una chiesa,
c'è un prete, dove si prega, si ascolta,
dove qualcuno si comunica e poi tutti
vanno ai fatti loro. Che scempio è
questa concezione della messa? Se si
trattasse di un funerale andrei con più
convinzione. Potete veramente affermare
che andando a messa voi andate a
ringraziare, andate a
immergervi nel ringraziamento di Cristo
al Padre. Andateci a prendere parti ad
un'eucaristia, come dicevano i primi
cristiani. È interessante la genesi di
un nome. È curioso analizzare come lungo
i secoli si chiamò la messa. È curioso
analizzare anche la metamorfosi di
questo nome. Sapete che il primo nome
con cui si chiamò il rito dell'ultima
cena lasciato da Gesù fu Fraxiopanis, lo
spezzamento del pane era un nome di
indole descrittiva. descriveva ciò che
avveniva nel rito. Di fatto gli ebrei
usavano per i loro pasti delle grosse
schiacciate un po' simili alle nostre
pizze. Fu quello il primo pane
eucaristico abbrustolito sulla braccia.
La schiacciata si doveva sempre rompere
per essere distribuita. Siccome il rito
di Gesù doveva fare appuntare gli occhi
di tutti i presenti su quel pane che si
rompeva e che legava misteriosamente i
commensali alla cena di Cristo, rendendo
presente Cristo stesso in mezzo a loro,
fu spontaneo per i primi cristiani
chiamarla così la messa, lo spezzamento
del pane. Un esperto Jeremias insinma
che probabilmente si trattava anche di
mascherare il rito cristiano agli occhi
dei pagani usando questo nome. Per
questo le parole spezzamento del pane si
prestava bene perché diceva tutto senza
lasciare sospettare nulla. Alloro,
diceva tanto. San Paolo partirà proprio
dal rito dello spezzamento a dire che i
cristiani devono essere un cuore solo
perché partecipano a un pane solo che si
spezza e bevono tutti allo stesso
calice. Più tardi, o forse
contemporaneamente, prese piede un altro
nome, anche molto bello. Lo usa Paolo
nei suoi scritti, si chiamò Cena del
Signore. Forse era il modo di esprimersi
dei cristiani quando erano tra loro. È
un nome meno descrittivo, è già più
essenziale perché accenna già ad una
presenza misteriosa nel rito, la
presenza del Signore, o almeno accenna
il legame del rito col Signore. Poi
verso il
150-200 prese piede la parola
Eucaristia. La usa già la diché,
Sant'Ignazio e poi San Giustino. Siamo
verso il 150 dC.
Analizziamo il nome di Eucaristia perché
è la parola che più ci
interessa. Eucaristia è una parola
greca, significa
ringraziamento. Perché fu usata questa
parola bellissima a designare il rito
della
cena? Mi sembra che ci siano una ragione
storica e forse una ragione teologica
appena vertita, ma profondissima e
ricchissima. La ragione storica è
questa. Secondo gli esperti la messa
nacque nel contesto della liturgia
ebraica, la liturgia del berakà o
benedizione. Il rito di Gesù fu inserito
dentro un pasto sacro di benedizione,
come dicevano gli ebrei. Il padre di
famiglia, attornato da tutti i figli,
alzava gli occhi al cielo tenendo in
mano il pane e pronunciando una
benedizione, un
ringraziamento. Così faceva sul vino,
poi dava inizio al banchetto sacro. La
Pasqua ebraica era una di questi
banchetti
sacrizione. Le preghiere che
accompagnavano rito erano delle solenni
benedizione a Dio per i suoi benefici.
Forse la quarta preghiera eucaristica è
molto vicina a quella usata da Gesù
nell'ultima cena. Fu composta infatti
dai esperti di ebraismo con l'intento di
riprodurre in visuale cristiana la
beracà o benedizione ebraica. La
benedizione, cioè era un solenne
ringraziamento. Era, si disse in lingua
greca, una
eucaristia, ma forse sotto si intuì che
c'era una ragione molto profonda, per
chiamare così il rito di Gesù. La cena
era il memoriale della morte gloriosa di
Cristo che la Chiesa innalzava al Padre.
Ora, che ringraziamento poteva esserci
più grande di questo? L'Eucarestia è il
grazia della Chiesa a Dio, proprio
perché il più grande grazio della storia
umana è Cristo che muore per noi.
Spieghiamoci meglio che cos'è un
ringraziamento. Ringraziare è aprire gli
occhi su un dono ricevuto e aprirci alla
riconoscenza. Quando il bambino dice
"Grazie per il giocattolo che riceve",
vuol dire "Come sono contento, come sei
stato buono, papà a comprarmi questo".
Quando un povero dice grazie per un
vestito che ha ricevuto, intende dire
"Com'è bello questo vestito, ne avevo
tanto bisogno, comeè stata buona signora
a pensare a me". Insomma, ogni volta che
noi ringraziamo, cosa facciamo? Apriamo
gli occhi sulla bontà di qualcuno che ha
pensato a noi. Ecco che cos'è
ringraziare, accorgerci dell'amore di
una persona per noi. La morte di Cristo
non è il più grande segno di amore di
Cristo e del Padre per noi. La morte di
Cristo non è il più grande
ringraziamento della storia, non è la
più grande
eucaristia. Comeè provvidenziale che
questo nome si sia conservato, applicato
alla messa e duri tutt'oggi? Perché non
c'è una parola più bella per definire la
messa
ringraziamento, il grazie di Cristo per
Cristo, con Cristo al Padre. E per
questo forse che il Concilio intravede
nella messa una grande scuola di
ringraziamento. Pretende che impariamo a
ringraziare. Sì, bisogna imparare a
ringraziare. Imparare perché non siamo
abituati. Abbiamo distrutto un vero
patrimonio religioso dei primi
cristiani, perdendo la nozione del
ringraziamento. è penoso quando pensiamo
che non esiste quasi pagina della Bibbia
che non richiami il dovere del
ringraziamento. quando pensiamo che
quasi tutti i salmi sono preghiere di
lode e di ringraziamento, quando
sappiamo che il Pio israelita
pronunciava nella giornata oltre 600
benedizioni o
ringraziamenti dal canto del gallo fino
al tramonto del sole, quando vediamo che
Paolo insegna i primi cristiani a
ringraziare
continuamente, quando ci mettiamo con
sincerità davanti al nostro assenteismo
di fronte ai doni di Dio e lo
confrontiamo
con questa religiosità della primitiva
comunità cristiana, allora c'è da
rimanerci male. Bisogna che impariamo a
ringraziare, a ringraziare delle cose
belle, dato che la nostra debole fede ci
fa chiamare brutte le prove e le
cosiddette disgrazie. Che scusa abbiamo
per non ringraziare dei grandi doni di
Dio quali la vita, la fede, la ragione?
Siamo degli incoscienti se non lo
facciamo. Ora pensate com'è bello unirci
al grazie di Cristo sprofondando il
nostro povero grazie nel grazie
sanguinante di Cristo alla messa.
Dobbiamo imparare a ringraziare
attraverso
l'Eucaristia perché questo è il
ringraziamento più perfetto, è il
ringraziamento fatto con Cristo, per
Cristo in Cristo. Che cosa c'è di più
valido di questo? Dobbiamo imparare a
ringraziare attraverso l'Eucaristia
perché è il ringraziamento più efficace
per noi. Infatti è un ringraziamento non
a parole ma a fatti. Chi si accosta in
modo veramente cosciente all'Eucaristia
deve
partecipare, prendere parte, spartire,
spartire la parola di Cristo prima di
tutto, cioè assimilare la sua dottrina,
la sua mentalità. poi deve spartire il
suo corpo, il suo sangue, cioè far
entrare la vita di Cristo in sé che
ringrazia con l'eucarestia, in altre
parole, si impegna a unirsi così
totalmente a Cristo da fondere la sua
vita con lui. si impegna cioè ad
affrontare la vita con la mente di
Cristo, col cuore di
Cristo. Prima di cominciare voglio
chiedere una carità a qualche mamma che
mi sta ascoltando. Ci sono tante mamme
che hanno il cuore pieno di tante pene
per i figli. Vorrei dire a quelle mamme,
non soffrite da sole.
Preoccupatevi di santificare le vostre
pene, le vostre
lacrime, le vostre paure per i figli,
immergendole nella messa. Imparate a
unire le vostre sofferenze alle messe
che si stanno celebrando, alla messa che
mentre state
soffrendo un prete sta iniziando in
qualche punto della terra. Fatelo con
frequenza. Questo da una forza immensa
alla sofferenza, unirsi all'offerta
della messa, all'offerta della
sofferenza di
Cristo. Siamo all'ultima puntata, la
messa scuola di carità. Sono contento
che terminiamo così la messa scuola di
carità. Infatti la Luma in Genum dice al
numero 33 con l'eucaristia viene
comunicata e
alimentata quella carità verso Dio,
verso gli uomini qui, come
l'anima di tutto
l'apostolato. E nella costituzione sulla
Chiesa dice nella messa viene
rappresentata ed effettuata l'unità dei
fedeli. È grande l'influenza
dell'eucarestia sulla vita di gruppo.
Ogni epoca ha le sue
caratteristiche. Parliamo ancora una
volta sulla vita di gruppo. Nessuno può
negare che la nostra
epoca abbia come segno tipico il
fenomeno della vita di
gruppo. I giovani, più sensibili ai
segni dei tempi sono quelli che lo
avvertono di più.
Oggi nel mondo giovanile il fenomeno
della vita di gruppo ha assunto
un'importanza così grande che sembra
diventi
un'inflazione. Qualche adulto definisce
una moda alla vita di gruppo, una mania,
ma gli psicologi seri affermano che un
fenomeno umano legittimo e profondo.
Qualcuno lo considera persino una tappa
di maturazione
umana, ma non si può anche negare che il
fenomeno della vita di gruppo
scompigli, disorienti i giovani, perché
i gruppi nascono sotto qualunque
pressione legittima e non legittima,
sotto bisogni impellenti e aspirazioni
nobilissime, ma possono anche nascere
sotto aspirazioni depravate e ignobili.
C'è il gruppo che persegue la promozione
umana, ma c'è il gruppo che può persino
proseguire la degradazione umana. Questa
situazione al limite la si afferra da
tutti, ma c'è una situazione che non
sempre si coglie in profondità. Voglio
alludere a quei fenomeni di vita di
gruppo che sono esattamente un impaccio
alla vita di gruppo. Sono la morte, non
la vita. Tutti vi siete già imbattuti in
gruppi pieni di buona volontà, ma
tremendamente
scalcinati. Sembrano dei piccoli
manicomi dove non capite bene che cosa
vogliano e che cosa non vogliano, dove
si litiga sempre per sistema, dove
comanda la prepotenza, per cui non
riuscite a capire come mai il gruppo non
si
sciolga. Vi siete imbattuti certamente
in gruppi che hanno 24 ore di vita.
Nascono come i funghi. Il giorno dopo
passate e il fungo non c'è più. Tutti i
gruppi sono soggetti alle crisi, ma
qualche gruppo sembra specializzato
nella coltivazione delle crisi. Passa da
un terremoto all'altro e una crisi ne
genera un'altra, proprio nell'istante in
cui la crisi dovrebbe
risolversi. Eppure deve pur esistere il
gruppo ben riuscito. Non lo si incontra
con frequenza, ma c'è. è il gruppo in
cui trovate
l'armonia, la gioia, l'entusiasmo, il
lavoro sodo, la costanza e dei risultati
concreti. Ecco, gioia, entusiasmo,
lavoro. Sembrano essere questi i segni
tipici dei gruppi riusciti. Bene,
provate un po' a chiedervi perché in un
gruppo c'è gioia, entusiasmo, lavoro?
Cos'è che fa nascere questi tre fiori
sul ramo della
pianta? Quasi sicuramente la ragione è
una sola. Quel gruppo è compaginato
nell'amore. Chiamatelo intesa,
chiamatelo spirito di collaborazione,
chiamatelo come vi piace di più. Quando
in un gruppo c'è l'amore, allora c'è il
rispetto delle persone, c'è lo spazio
vitale per tutti, c'è l'ascolto, c'è la
collaborazione, c'è il rinnegamento
dell'egoismo e questo produce gioia di
vivere insieme perché ognuno si sente
realizzato, stimato, amato e questo
produce entusiasmo e la gioia e
l'entusiasmo muovono all'azione, muovono
al lavoro. Veniamo al dunque. Credo che
nessuno di voi sia esente da questo
bisogno di appartenere a un gruppo.
Credo che nessuno di voi sia esente dal
sognare un gruppo dove si senta
realizzato. Credo che nessuno di voi sia
privo del desiderio di lottare perché il
proprio gruppo sia un bel gruppo. Lo
sapete che il Concilio ha dato una
ricetta per la vita del gruppo? La
ricetta si chiama Eucaristia.
è una ricetta infallibile per l'unità
dei cuori che cura la compagine
dell'amore nel gruppo. È una ricetta che
mette a fuoco il problema fondamentale
della vita comunitaria.
Ma naturalmente le ricette servono se
sono autentiche, non servono se non lo
sono. Inoltre le ricette servono allo
scopo se sono applicate nel modo voluto.
Non ottengono nulla se sono applicate
alla cieca
capriccio. Mi sembra che sia possibile
fare queste constatazioni. Primo, quando
un gruppo comincia a prendere sul serio
l'eucaristia o presto tardi prende sul
serio la carità.
Secondo, man mano che un gruppo
progredisce verso una partecipazione
viva e profonda
l'eucaristia, progredisse nella sua
compagine e nella sua unità
profonda. Terzo, l'Eucarestia
partecipata vitalmente con una certa
costanza matura i membri di un gruppo al
confronto sincero con Dio, quindi matura
all'autenticità del gruppo. Quarto,
l'eucarestia partecipata vitalmente e
con una certa costanza matura i membri
di un gruppo al confronto sincero e
umile con le idee degli altri, senza
creare lacerazioni, quindi matura la
coesione del gruppo. Padre Payton
diceva: "La famiglia che prega unita
vive unite". Noi potremmo dire un gruppo
che vive realmente l'unità eucaristica
realizza presto l'unità profonda dei
cuori. Abbiamo parlato di gruppi, ma
potremmo parlare benissimo di comunità,
di parrocchie, potremmo parlare
benissimo delle famiglie.
Se un parroco volesse partire deciso a
riformare la sua parrocchia, forse
basterebbe che lasciasse da parte i
cruci secondari e si preoccupasse molto
di rivedere la vitalità della
messa. Che sia vita per sé e per il
numero più grande della sua gente. La
messa compierà il miracolo della
trasformazione dei cuori. Perché
un'eucaristia viva significa una carità
viva. Perché l'abitudine all'eucaristia
viva significa vivere nell'escenza
dell'unità perfetta dei
cuori. Naturalmente ci vuole
costanza. L'Estia non è una bacchetta
magica, ma se si è costanti a pretendere
un'eucarestia viva, è proprio la
costanza la bacchetta magica. Per un
motivo semplicissimo non c'entra solo lo
sforzo umano nell'eucarestia, c'è in
gioco soprattutto la potenza dell'unità
con Cristo. Potete calcolare la forza
che viene dal calare ogni giorno tutto
un gruppo nella carità di Cristo.
È questo precisamente che ci va
insegnando la Chiesa. L'Estia dice
alimenta la nostra carità. è come
un'aggiunta d'olio alla fiaccola
dell'amore. Anzi, l'eucarestia comunica
la carità, dice, perché ci lega all'atto
redentivo di Cristo, il più grande atto
d'amore compiuto da Cristo. Effettua la
carità, l'eucarestia la costruisse, la
tesse di giorno in giorno.
esperienza. La nostra comunità l'estate
scorsa ha costato una meravigliosa
comunità protestante, dinamica e vitale,
la fraternità di Gesù. Si trova a
Knadental, in Germania. Fumo molto
colpiti dalla loro ospitalità e dalla
loro gioia. Alla celebrazione della cena
notamo un particolare interessante.
Prima di recitare il Padre nostro alla
comunione, essi davano un'importanza
grandissimo all'abbraccio di pace. Era
fatto così. Un fratello prendeva le mani
dell'altro fratello e lo guardava fisso
negli occhi. Ci spiegarono: "A grande
importanza fissare negli occhi il
fratello al momento dell'atto di pace.
Se due fratelli possono guardarsi
profondamente negli occhi e segno che si
vogliono profondamente buoni.
Quando in una giornata c'è stata qualche
piccola divisione tra noi, alla liturgia
i due fratelli devono cercare di essere
vicini, poi alla comunione devono vedere
se son capaci di prendersi
vicendevolmente le mani, come a
prendersi vicendevolmente in carica e a
guardarsi negli occhi. Se lo fanno è
segno che l'unità dei cuori non è rotta.
Così per la comunità di Knadental
l'eucaristia è diventata veramente il
punto forte in cui essi esaminano
l'unità dei loro cuori e in cui si viene
a rinsaldare nell'amore di Cristo e con
l'amore di Cristo il loro amore
fraterno. Se mi chiedessero qual è la
prova che
l'eucarestia ha proprio l'effetto di
rinnovare, di rafforzare l'unità dei
cuori, oltre all'esperienza diretta, la
prova sta in questo. Primo, l'eucaristia
viva ci mette vivamente di fronte alle
nostre miserie. Non si può celebrare
l'eucaristia senza mettersi in crisi con
le nostre
debolezze. Il pentimento è la porta per
entrare nell'eucaristia.
Se mentre stai per fare l'offerta
all'altare ti ricordi che tuo fratello
ha qualcosa, lascia la tua offerta.
Secondo l'Eucarestia viva mette ogni
giorno a contatto vivo con la parola di
Dio, parola che giudica e smaschera le
nostre debolezze. La luce di Dio
accostata con costanza tutti i giorni
non riuscirà alla fine a dissipare le
tenebre dell'egoismo che portiamo in
noi. Terzo, l'Eucarestia ha dei momenti
salienti tipici per vagliare e rinnovare
la nostra carità. sono soprattutto
questi l'atto di pentimento iniziale che
dovrebbe essere
serio,
vero, fatto con
profondità e concreto anche secondo
l'offertorio, gesto liturgico che
dovrebbe aprirsi ai bisogni materiali e
spirituali dei fratelli. Terzo,
l'implorazione tipica dello spirito nel
centro della preghiera eucaristica per
ottenere la perfetta unità dei cuori.
Cercate di coglierla sempre questa
preghiera allo Spirito Santo vicino alla
consacrazione dove il sacerdote dice:
"Per la comunione al corpo e al sangue
di Cristo lo Spirito ci riunisca in un
solo corpo." Poi il rito della pace
prima della comunione. L'eucaristia viva
è un'immersione vitale in Cristo.
Immersione espressa fortemente proprio
attraverso il rito della comunione.
immersione che significa unità di
pensiero con Cristo, unità di intenti
con Cristo, immersione che significa
alleanza, cioè parentela di sangue con
lui, cioè condivisione con tutto ciò che
vuole lui, con tutto ciò che desidera
lui. L'eucarestia viva porta in me la
forza viva di Cristo, l'amore vivo di
Cristo. Lo sforzo umano da solo, conta
così poco, è così carente, è così
incostante e la risposta dell'amore di
Cristo, meglio è l'amore di Cristo che
mi raggiunge, mi completa, rifà
completamente il tessuto del mio amore.
Non son più io che vivo, è Cristo che
vive in me. È qui il miracolo.
Naturalmente tutto è condizionato dal
fatto che io non ostacoli la sua azione,
perché questo è il rischio più tremendo
nella mia partecipazione all'Eucaristia,
il rischio di bloccare l'azione di
Cristo, di operare a uno sbarramento. E
Cristo che mi ama ha un rispetto così
grande della mia
libertà da passare oltre all'uscio che
si chiude di fronte a lui, da passare
oltre e non forzare nessuna porta che
non intenda aprirsi.
Qui Radio Maria abbiamo trasmesso una
catechesi di padre Andrea Gasparino.